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ILREGNODIPIGURA
Deliri scritti a quattro zampe.


Diario


17 settembre 2011

TELEGRAFICAMENTE

Il Cannocchiale non funziona più.
Faccio una fatica boia ad inserire le foto, pubblicare post e modificarli.
Mi fiondo qui. STOP




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7 agosto 2011

LA VIDA ES UN CARNAVAL

Olè. Stavo pensando che praticamente da sempre, io non mi vesto: mi travesto. Non mi trucco, mi ridisegno. Sono un pagliaccio trasformista? Sì. Mi piace cambiare forma, colore,  esprimere tutto il ventaglio delle altre me, in base a ciò che mi sento di essere di giorno in giorno. Un giorno una stella filante che manco una sottiletta, un giorno una manciata di coriandoli in un occhio, un giorno petardo di tènscion. Sono un caleidoscopio ambulante. Qualcuno diceva:"Gli avvenimenti della nostra vita sono come le immagini del caleidoscopio nel quale ad ogni giro vediamo una cosa diversa, mentre in fondo abbiamo davanti agli occhi sempre la stessa." Daje, bando ai cianciami, vi presento la mia collezione di parrucche.

 *Onde evitare altra merda, le foto sono state rimosse.

"Il malvagio dà tregua alla sua cattiveria, mentre l' imbecille non si ferma mai"


PS.


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permalink | inviato da YELLOW PIGURA il 7/8/2011 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (96) | Versione per la stampa


25 marzo 2011

Momenti di trascurabile scrittura

Ogni volta che butto l'occhio sulla nota 'buoni propositi 2011' ho un conato di noia e mi giro dall'altra parte, come un gatto quando fa finta di non aver sentito o capito. Ho scoperto che la felicità sta da tutt'altra parte rispetto alla realizzazione dei buoni propositi, e tanto meno rispetto al completamento di qualsiasi 'to do list', a meno che non sia vuota. A meno che la felicità non stia nella parola tudù o tutù. 


Mi ha reso felice  la camminata dondolata di una nonna dalle gambe trapezoidali. Fresca di piega da nonna, di abito buono, di bouquet della laurea del nipote. Dondolante e dondolata da quell'orgoglio particolare dei nonni, totalmente proiettato sulle nostre vite. Ho pensato che lo stesso momento fosse di dondo-gongolamento per lei e di trascurabile felicità per me. 
E mi sono ricordata che sto  leggendo un libro che forse un giorno comprerò. Ogni volta che entro in una libreria, lo apro e ne leggo qualche riga a caso. Probabilmente fra moltissimo lo finirò, io non ho fretta. Momenti di trascurabile felicità, il titolo. Me lo ripeto un sacco di volte e alla fine credo che quel titolo sia un libro non ancora scritto, e che il libro sia la prefazione del titolo. Insomma, spero che rimanga per tutta la vita di facile reperimento tra gli scaffali delle librerie di tutto il mondo, altrimenti come faccio. La  certezza del dubbio spiega l'assenza del punto interrogativo. Dovrò  chiedere al commesso con la puzza sotto il naso dove l'hanno messo e gli esami non finiscono mai, anche se sei tu a fare le domande.  

La felicità è più spesso nelle piccole persone che nelle piccole cose. È poter essere totalmente invisibili o totalmente rosa confetto, come quella signora di fianco a me al semaforo, col colbacco di pelo, un giubbotto lucido, un paio di leggings, un paio di sneakers, una borsa figurata, e magari anche il nome: Rosa. 
La fila di scolari in gita fuori dalla gelateria vicino alla stazione, bellissimi come le pecore. Il più delle volte la felicitá mi arriva in un colpo d'occhio e scivola via senza che mi accorga. 
Un bellissimo paio di ballerine rosse che camminano. 
Soltanto l'idea di Alice nel paese delle meraviglie, perché la storia mi ha sempre annoiato a partire da quando lei incontra le carte da gioco, poi mi perdo e penso ad altre storie. 

Da bambina ero felice quando sapevo di addormentarmi sopra tutti quei pezzettini di carta sotto al mio cuscino. E il mattino dopo mamma li trovava e, chissà con quali domande, li toglieva.

Il piacere di imbambolarsi. Il piacere di sentirsi un po' baccalà. 

Il non sentirsi col fiato sospeso in totale assenza di conclusioni. 




permalink | inviato da YELLOW PIGURA il 25/3/2011 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


24 marzo 2011

Non mi interessa essere capito, mi interessa essere. Capito?

È che l'altro giorno, ho visto un oggetto abbandonato sul marciapiede e sono andata in fissa autistica di fronte a quella disarmonica apparizione... a quel simpatico rifiuto che mi ha fatto pensare a quante volte mi è capitato di sentirmi:

Fuori tempo, quando sbaglio tutte le battute e poi a casa mi viene in mente che: “Santoiddio, avrei potuto dire così o cosà... e invece cos' ho detto? Una benemeritacippa”.

Fuori luogo, quando dico qualcosa che penso veramente e la gente rimane interdetta, stupita e peppléssa e mi guarda seria, serissima direi. Poi abbassa lo sguardo e cambia discorso. Nel frattempo, brina e... trenino! Peppépeppépeppé aeiou ipsilon.

Fuori di me, quando qualcuno ridice la stessa cosa di cui sopra, magari in una forma migliore, e la gente lo guarda con la faccia da: “Apperò, questo sì che è un intervento intelligente, simpatico, acuto, brillante, smagliante, furbante... ”.

Fuori posto, quando vorrei con tutta me stessa ordinare un sushi misto, ma sono in pizzeria. Quando mi vesto da porno-segretaria e alla fine si decide di andare a sentire un gruppo che suona dal vivo in un circolino spuzzo di finti comunisti.

Fuori dal tunnel, da quando mangio (certo, magari in maniera disordinata e naif) ma almeno mangio.

Fuori forma, quando mi guardo allo specchio e mi accorgo che ho gli stessi capelli di Toto Cotugno e quel nonsochè di Wanna Marchi.

Fuori uso, quando non ho voglia. Punto.

Fuori controllo, quando controllo per la decima volta se ho chiuso il gas, spento bene le sigarette, chiuso la porta, chiuso l' acqua, chiuso la macchina o quando sono in un posto chiuso, in un gruppo chiuso, tra menti chiuse. Ah, sono fuori controllo anche quando un uomo mi bacia sul collo, appena dietro all' orecchio, quando mi stringe i polsi e quando entro in un negozio di scarpe, durante il periodo dei saldi.

Esser tagliata fuori, quando realizzo che son sempre l' ultima a sapere le cose.

Esser fatta fuori, la volta che ho percepito un retrogusto di merda appena pestata, chiamato mobbing.

Fuori moda, quando mi ostino a vestirmi come se fossi un fumetto.

Fuori dal coro, quando stono con il resto dell' universo mondo. No dico, non solo stono, canto proprio un'altra canzone. Quando mi sento fuori dal gregge e assumo la forma della Yellow Pigura che bela e pascola tra le nuvole, stelle filanti e sirene. Bèh?

Fuori dal comune, quando riesco a riconoscere e a riconoscermi qualcosa, ad esempio che a volte qualcuno ha ragione quando mi dice: Tu. Sei. Geniale.

Fuori strada, quando mi perdo nei sentieri delle mie saghe mentali e sento che il navigatore centrale è andato in tilt.

Infine, io ci sto dentro come un barattolo di Nutella abbandonato sul marciapiede.


 


6 marzo 2011

Il ruggito della cicogna

Sono incinta. Più o meno da quando ho scoperto il significato del termine nella sua versione staccata: 'in cinta', dentro la cinta. Mah.
Sono stata incinta della paura di esserlo, quando ho avute le prime storie potenzialmente serie. Immaginavo il momento in cui, tornata da scuola, avrei dovuto dire ai miei che aspettavo...
'Ma chi?' 
'Eh, ancora non lo so.' Cataclisma. 
Sono incinta del mio essere figlia nei litigi tra i miei. Ogni volta mi sento partorire, o forse abortire, non so. In ogni caso è un gran dolore. Sono incinta del mio stare ancora dai miei e ho la nausea mattutina di chiunque mi chieda il perché. Partorisco pianti a non finire, ognuno in ritardo rispetto al momento previsto. Adotto stili di vita e convinzioni diverse e contraddittorie, che alla fine diventano la mia vita.Continuo a fare e a disfare famiglie immaginarie, a osservare e a non capire la realtà, che per quanto 'stramba e assurda' ci sforziamo di comunicare, a me sembra sempre una noia mortale. Sono incinta di cattiverie altrui, di punti interrogativi, di corretti propositi e di immorali conclusioni. Sono madre e figlia di me stessa e questo è il vero casino.
Poi, da quando mi sono laureata è successo il magi-tragico boom. Un boom che non è ancora finito, anzi, è sempre più rumoroso. Uno strano boom pluriennale. Prima i conoscenti, poi gli amici, poi gli ibridi, hanno cominciato a metter su famiglia, che equivale a sposarsi e fare figli, o a far figli e poi sposarsi, o a fare figli senza sposarsi. È un granello che ha scatenato una valanga che ancora deve terminare; una catena di Sant'Antonio nella quale sono finita per caso in Copia Conoscenza.
Il risultato è che da qualche anno sento profondamente di essere incinta di un enorme asilo nido, di madri che aspettano e di madri che desiderano aspettare. Se la mia percezione del tasso di natalità facesse testo, adesso il mondo sarebbe tutto Cina e la Chicco si mangerebbe allegramente la Apple. Sento che sto diventando una teorica del pre parto, del parto, del post parto. Una zia dell'universo. Una gran palla. E intanto bevo campi di tè verde e ho ripreso a fare le verticali, con la speranza di fermare il tempo, perché il mio parto, ahimé, è ancora improgrammabile. 

''La verità é che ci vuole una ragione speciale per non volere dei figli. Non è una scelta volerli, è una scelta solo il non volerli. Come se la corrente ti portasse automaticamente a farne, di figli. Se non ne vuoi, devi pensare tu alla diga, se no addio, vai dove van tutte: a fondovalle giù per il torrente. Io quella diga non ho saputo farla. 
Però mi viene da pensare ai salmoni. In realtà io penso spesso ai salmoni. Sono pesci speciali, si godono la vita in lungo e in largo per il mare; poi da vecchi, dico da vecchi, si fermano e si chiedono: e poi? Che sarà dopo di noi? Si, secondo me si chiedono questo. Così, prima di morire, pensano a riprodursi: da vecchi, quando proprio non ce la fanno più. Allora prendono il loro destino sulle spalle, tanto che gliene importa? ormai hanno vissuto. Risalgono i fiumi e depositano le uova. Fatto. Poi muoiono. Geniale.'' (Paola Mastrocola - Palline di pane)




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13 febbraio 2011

San Valentino meno uno

Conosco il cameriere, così ci diamo del tu, lui col dovuto distacco di quell'abbottonatura un po' impalata. - 'Siete pronti?' - 'Sì.'- 'Dimmi...'- 'Un fagottino di verdure, una minestra pîna, un galletto al forno con patate profumate e una dadolata di zucca con aceto balsamico. Al dolce penso alla fine.'La mia ordinazione. Il pinguino -'..hai fame?...'La vacca - '?..perché...dici che è troppo?'Ale rimane zitto, abituato a mangiare la metà di me pur riempendosi il doppio. Io l'alibi del 'fa molto movimento', anche se ho sempre mangiato così, dai tempi del ballo del qua qua. Chissà se Ale teme di vedermi lievitare quando smetterò di saltare e correre sù e giù, chissà cosa prova un uomo a vedere un delfino trasformarsi in balena. Chissà se domattina penserò 'che merda il lunedì', come faccio tutti i lunedì. Alla fine ho fatto togliere il galletto. Ma lo so già, che per giorni, nei momenti di fame buia, penserò al povero galletto che ho lasciato e che, seppur da morto, avrei glorificato come mai nessuno aveva fatto.Alle feste di compleanno dei miei amichetti mi rimpinzavo di panini dolci al prosciutto cotto fino a scoppiare, finché non me li sentivo uscire dalle orecchie. A un certo punto dovevo smettere. Ma il giorno dopo, al primo segnale di fame, pensavo ai panini dolci al prosciutto cotto che avevo lasciato su quel tavolo, infilzati dalla bandierina dell'Ungheria o della Bulgaria. Quei panini, che buoni.'Hai fame.' Certo che ho fame. Tant'è che alla fine ho preso la torta al cioccolato. Con la salsa al caffè.




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8 febbraio 2011

LE PIP DEL TABACCAIO TRISTE

Certe volte, quando torno dal lavoro, decido di “tagliare dai boschi”, tanto per avere un po' di paura. Poco prima di entrare nel bosco, in una via un po' così di una zona un po' così, mi fermo a comprare le sigarette dal tabaccaio triste. Per entrare, devi schiacciare un campanello e lui ti guarda in faccia e pigia un bottone che ha nascosto sotto al tavolo e ti apre. La luce di metallo da ospedale invade la stanza e la ovatta. Non c'è musica. Non ci sono rumori. Non ho mai visto dentro nessuno, a parte lui e me. Lui è un tipo bislungo, con la pelle color cera, ma non ha una bella cera, ha i capelli squadrati e impomatati di argento, la bocca stretta e gli occhi di paura. Indossa sempre lo stesso modello di maglione di lana, coi rombi che sanno di naftalina e di Felce Azzurra. I pantaloni non li vedo, ma sono convinta che siano di velluto a coste grandi. È un giovane-vecchio: avrà sì e no 40 anni, ne dimostra 62.
 


 

Non è un tabacchi tutto pienissimo come gli altri che non sai nemmanco dove guardare: la stanza è grandona, ma è vuota. Ci sono tante cose diverse, ma son contate e probabilmente son lì dai primi anni '80. In vetrina sono esposte 4 macchinine, un camion dei pompieri, la moto della polizia, due Barbie finte e una maschera da Zorro. Forse i giochi erano i suoi di quando era piccolino (che tensione, oh). Poi ci son i biglietti di auguri e le cartoline della piazza e della chiesa. In una parete 5 scaffali di vetro vuoti e uno con sopra 8 profumi da donna, una vetrinetta con dentro 3 after shave e anche un pennello per farsi la barba. Sul bancone, da una parte ci sono gli accendini colorati e dall'altra, quelli con le donne nude. E poi ci son le caramelle: Charms al limone, quelle all' Orzo, le zuccherine e altre che non ho fatto in tempo a vedere perchè, mentre guardi in giro, lui non ti toglie lo sguardo di dosso.

Comunque, io in verità vado dal tabacchino triste solo per le Pip.

 


 

Le sue Pip, quando le apri, ci rimane sempre un po' di carta attaccata, ma fa niente... son buonone lo stesso.

"La tristezza vien vissuta come un valore negativo, mentre invece va vissuta come un valore positivoooo... non commettete l'errore di denigrare la tristezza..." Elio e le storie tese.

 


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26 gennaio 2011

Scusa se ti chiamo post

L'ho scritto. Nella lista dei buoni propositi duemilaundici ho messo 'riprendere a scrivere'. È facile che la mia scrittura arrivi di sproposito, coi tempi e i termini sbagliati. Insomma, potrei aver sbagliato lista, o potrei non aver ancora capito il significato di proposito buono. Facile come trovare una canotta di cotone tra i maglioni invernali. 



 ... E finalmente avrei visto una barriera corallina. Pesci colorati, barracuda, delfini... Mi penso attaccata alla pinna del delfino che sorride, mentre urlo 'guardaaaaaa' e me ne vado via lontano. La guida ci racconta tutto quello che vedremo e che non potremo toccare, perché altrimenti muore. Penso a me che accidentalmente tocco un corallo. E moriamo: prima io e poi il corallo. Anzi, prima il corallo, poi io. Anzi, insieme. E ce ne andiamo via lontano. Ale prepara la macchina fotografica subacqua. Abbiamo una macchina subacquea che fa anche i video e questo ci illude di essere un gradino sopra gli altri, senza un vero motivo. Tutti gli altri nuoteranno e guarderanno, riga. Noi nuoteremo, guarderemo e riprenderemo: i colori, i coralli, me a cavalcioni sul delfino. Tuffo in acqua. Tutti gli altri a bomba, io a candela perchè ho la macchina per riprendere. Non voglio far stare nessuno sulle spine, quindi chiariamo subito che non ho visto l'ombra di un delfino. Ma i pesci colorati sì. Inimmaginabile la fantasia di Dio nel colorare i pesci. Evidentemente Dio è un pazzo. Comincio a riprendere. Presa dall'entusiasmo e dal freddo e dalla foga ma, soprattutto, dalla mia incapacità di intendere e di volere, spingo su play e pausa, play e pausa, pausa e play, pausa e play. Seguono trenta minuti di inconsapevolezza del fatto di aver spinto pausa e poi pausa ancora. La mia stupidità il più delle volte richiede brevità e silenzio. Scorrendo tra una ventina di clip da mal di mare, in cui si alternano la mia coscia e la superficie dell'acqua alla rovescia, cerco una giustificazione, un perché. Che ovviamente non c'e.




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9 gennaio 2011

LA DOLCE ATTESA AI TEMPI DI FACEBOOK

Il fatto è che mi fa strano e c'è qualcosa che non mi torna in alcune donne che scoprono di aspettare un bimbo e soprattutto di questi tempi, in cui la maggior parte delle persone iscritte ai Social Network vengono prese da una sindrome di tènscion chiamata "TMI" Too Much Informations. Insomma, capita sempre più spesso che si condividano particolari e immagini che sarebbe meglio rimanessero privati. E così, un momento personale e delicatamente intimo come l'attesa di una nuova vita, viene esibito in maniera sfacciata, come un trofeo. E così, le immagini di un corpo che cambia, di una pancia che cresce e cresce e cresce devono essere fotografate e sopratutto, devono esser viste. Le stesse donne che Facebook non lo utilizzavano quasi mai, se non per dire cagate del tipo: “Piove. Che caldo. W Juve. Domani è lunedì, uff ...” se ne saltano fuori un bel giorno, con foto che sfiorano il pelo dell' imbarazzo e il filo dell' elastico degli slip, pancia scoperta e maglia tirata su fino alle tette o direttamente in reggiseno. Un po' come se quel corpo fosse diventato un' altra cosa, come se non fosse più tuo, come se non fosse più un corpo seminudo che rimanda alla sessualità. (in effetti nei commenti a quelle foto, nessuno si permetterebbe mai di dire: “Sei proprio una gran figa”), come se esser future mamme, permettesse finalmente di poter diventare candidamente disinibite. Finalmente sì, perchè se su Vanity Fair l' han fatto Demi Moore, la Bellucci e compagnia bella, allora anch' io posso comparire sul web e sul mio piccolo mondo, con la mia pancia da esibire. Insomma, se fino a prima di rimanere incinta, nelle foto dei loro profili si vedevano solo capre, fiori, tramonti sul mare, feste tra parenti e compagni di vecchia data, un giorno Tac: foto mezza nuda e faccia ammiccante (perchè tanto son mamma e posso). Vorrei proprio vedere se domani mettessi una mia foto con pancia scoperta: “La solita esibizionista”, ma una mamma no, una futura mamma può tutto, è così pura e immacolata come la Madonna... e, soprattutto è innamorata della sua pancia, tanto che dopo aver partorito, le mancherà poterla esibire.

AGGIORNAMENTO DI STATO (INTERESSANTE?): “Sto per andare in sala parto, a presto” (Bh. Trovare il tempo di aggiornare il proprio stato proprio in quel momento, mi fa venire gli occhi bianchi)

Per non parlare del delirio che parte appena dopo il parto. Foto di lei con la tetta fuori che allatta, foto del primo vomito sul vestito nuovo, foto della prima cacchina. E vabbè, passi la mamma che poverina, ma la gente che commenta sulla foto della cacca “Bellissimooooo!” “Evvaiii!” e ci sono pure 50 “Mi piace”? Eh? No ma... ce la si fa? Evidentemente no. Ora, ho visto anche delle donne spuntare a sorpresa e dare la bellissima notizia in maniera sobria e commovente eh, mica lo nego e queste mamme le ho stimate tantone. Io non sono mamma e se un giorno vivrò la meraviglia di aspettare un pupo, mi godrò intimamente l' attesa, senza buttarla in pasto a. (sempre che qualche minchia invadente non si permetta di dirlo prima di me, sulla mia bacheca. “Complimentoni, come lo chiamerete?” Si è visto anche questo. Un obbrobrio.) Viviamo nell’era del sentimento taggato. Della privacy che non esiste. Del tutto esposto come carne da macello. A me sinceramente, tutto ciò mi fa venire le nausee. Poi, fate un po' quelcazzochevolete eh. Nel film “Into the wild” si diceva che la felicità è reale solo se condivisa. Credo che ci sia modo e modo di con-dividere. Punto.


Alla Yellow Pigura piacciono le cose silenziose, tipo il rumore che fa una pianta quando cresce.

 


23 dicembre 2010

PENSIERI DI UNO STOCCAFISSO

C'è che questa mattina ho sentito la sveglia e, nel tentativo di spegnerla, ho realizzato che no. Non riuscivo a muovermi: mi ero trasformata in uno stoccafisso.
Lì, immobile di mummia, con la suoneria della sveglia in loop, ho avuto due pensieri:
Il primo: se solo Kafka avesse saputo di questa mia, avrebbe scritto un libro su di me. Altro che Gregor Samsa e la larva di malmignatta.
La seconda: Malimortè. Ci mancava solo il torcicollo in questo, già incartapecorito, Natale.
Insomma, da qualche tempo a questa parte seguo (scetticamente, ma incuriosita) le teorie di Hamer.
Il dottor Hamer dice che ogni malattia è causata da un trauma emotivo (o conflitto interno) che ci coglie impreparati, ci prende in contropiede, un trauma che viviamo in solitudine e che non sappiamo come risolvere.
Dice che il cervello entra in azione mettendo in moto uno speciale programma biologico per la sopravvivenza dell'individuo.
Dice che l'intensità del trauma emotivo determina la gravità della malattia, mentre il tipo di emozione vissuta determina la localizzazione nel corpo.


Bene. Vado ad indagare  e cosa scopro? Che secondo la sua medicina, il TORCICOLLO è un conflitto di autosvalutazione intellettuale.
In effetti, tutto mi si disvela: è un mese che rimugino su alcune cose ed è una vita che penso che la volta in cui pioveva autostima, di sicuro avevo l'ombrello aperto.

Rimugino sul fatto che la mia personalità, fatta per il 10% di razionalità e per il 90% di creatività, passione, fantasia, colore, immaginazione, delirio, venga sempre castigata e graffiata dallo/a stronzo/a di turno.
Come dire, nei momenti in cui riesco a mostrare realmente me stessa e a stare bene in una situazione, c'è sempre uno SCRATCH che recita più o meno così:

"VA BENE TUTTO EH... MA FORSE HA UN PO' ESAGERATO A SCRIVERE QUELLA COSA, A FARE QUELLA COSA, A BALLARE IN QUEL MODO ASSURDO, A TINGERSI I CAPELLI DI CACO, A METTERE QUEL VESTITO, A FARE QUELLA FACCIA, A DIRE QUELLA BATTUTA, A DISEGNARE QUEL SOGNO, A CANTARE IN QUEL MODO, A METTERE QUEI TACCHI, A RIDERE COSÌ DI GUSTO, A FARE LA NARICE DEL CONIGLIO, AD AVERE QUELLA FOBIA, A LASCIARSI ANDARE, A FARE QUELLA PROVOCAZIONE, AD ESSERE COSÌ... DIVERSA".

Si sa, lasciarsi andare e svelarsi, ci rende sempre attaccabili dai bla-bla-bla... ma, anche se si sa, tutto ciò mi fa sentire perennemente sbagliata. Inadeguata. Fuoriluogo e poi... e poi, mi fa venire il torcicollo, chè ogni volta che mi vien da fare a modo mio, mi guardo sempre indietro... mica che ci sia qualcuno alle mie spalle che mi guarda così:

E pensare, che una delle mie canzoni preferite dice: " La fantasia può portare male se non si conosce bene come domarla, ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può più impedire di adoperarla... "

E pensare che dice anche: " ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare
e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai! ".


E pensare che adesso quasi quasi, vado a farmi una cioccolata calda e ci puccio dentro i Fonzies, alla facciazza di quelli che ben pensano. Tiè.
                                                                                                                                             


1 dicembre 2010

Nuovo membro

Dunque. Ho due blog (e forse un terzo di cui fortunatamente ho dimenticato il nome), due profili di facebook, un ristorante andato a male e una fattoria di alberi e fiori finti, un gruppo di tènscion maledetta, un gruppo della pìgura extraterrestre e un gruppo che mica ho capito. 

Meno male che ho avuto garanzie: "Surè, non ti preoccupare, basta che spunti le impostazioni e non ti si riempie la casella di posta". 
Vado un attimo a vedere... 
MyEm0.Com



"buonasera bellocci!!..."
...  MyEm0.Com ( e dire che pensavo di averli detti tutti a Messa, gli ave maria)


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24 novembre 2010

Acqua e zenzero sul fuoco

Forse ci sarebbe da ricominciare tutto da capo: i social network, il blog, le piattaforme, le e-mail, internet, l'idea del lavoro e del tempo libero, Eva e Adamo. La strada da percorrere era un'altra, intitolata via della libertà. Ma il presupposto sarebbe liberarsi prima dalla zavorra di rompicoglionaggine che sempre più ci appesantisce ogni giorno. Altro che dieta a zona e Power Pilates, altro che dottoresse Tirone e tapiri di sale della Wanna. Facciamo tutto da soli, nessuno ci ha mai obbligati a essere più stronzi dei cani e meno intelligenti dei gatti. 

Ora, non ho capito bene il punto di arrivo di questa mia presa d'atto, ma di una cosa sono quasi certa: avevamo deciso che questo blog non sarebbe c'entrato nulla con il Cannocchiale, la Cannocchiala, la politica e gli stati d'animo de loro artri. 
Qui nel regno di Pìgura chiunque è libero di delirare come yellow gli pare... ed è per questo che chiunque se ne guarderà bene dal farlo.
MyEm0.Com
Punto e a capo.




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